La monorotaia e il sogno italiano di un giovane designer

Immaginate un ragazzo, uno studente di architettura dell’Università del Michigan innamorato come tanti in America delle auto e dello stile italiano. Siamo nel 1958 e Tom Tjaarda, figlio dell’automotive designer di origine olandese Joop “John” Tjaarda van Starkenberg realizza il suo primo modello durante un corso di design industriale. Lo nota Luigi Segre, direttore della Ghia, e il sogno si avvera: Tom segue Segre a Torino e in breve tempo diventa uno dei designer industriali più richiesti e più famosi al mondo.

Anni d’oro, quelli, per Torino. In pieno boom economico, centro di produzione mondiale del nuovo bene di massa, l’automobile, la città è un formidabile laboratorio di stile ed eleganza, centro di design internazionale: Ghia, Bertone, Pininfarina, e più tardi l’Italdesign di Giugiaro producono auto ricercate, sfoggiate dal jet set internazionale. Tom Tjaarda (nella foto) ha 24 anni quando arriva a Torino e riceve il suo primo incarico: disegnare la monorotaia di Italia ’61.

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Tom Tjaarda

“Il mio mito allora era la Pininfarina – spiega Tjaarda – inventore uno stile molto ammirato in America: le sue auto erano icone di stile. Per un giovane studente venire a Torino a imparare era l’occasione della vita. Per me quell’occasione si è avverata”.

Primo incarico alla Ghia, il disegno della cabina della monorotaia: “Andai due mesi in Germania a disegnare e seguire i lavori del treno, tra agosto e settembre del ’60. Era un paese vicino a Berlino, Salzgitter, la fabbrica si chiamava Linke-Hofmann-Busch. Progettai l’interno e l’esterno della cabina, che montava su un sistema di trazione che si chiamava Alweg. La fabbrica impiegava tantissimi ingegneri aeronautici, che prima della guerra avevano disegnato i Messerschmitt, micidiali aerei da guerra. Quando abbiamo finito, il treno è stato portato a Torino su tre enormi camion”. A cosa si è ispirato per il disegno? Ha preso spunto da esempi già realizzati in altre città? “No, assolutamente, ho cercato di fare qualcosa di nuovo, guardando all’avvenire. Un progetto di stile portato nel futuro”.

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L’intento degli organizzatori dell’Expo era quello di portare una immagine del futuro, anche nei sistemi di trasporto. “In realtà – spiega il designer statunitense – lo stile la faceva sembrare qualcosa di futuristico, ma era un oggetto molto “crudo”, basilare, pur essendo la migliore tecnologia per quei tempi: viaggiava su ruote di gomma, faceva rumore e andava molto adagio: non funzionava molto bene. Oggi i treni su monorotaia sono tra quelli più veloci e affidabili; quelli costruiti recentemente in Cina viaggiano a 300 km l’ora. Nel ’60 era invece una tecnologia che esordiva ed era piuttosto grezza”.

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L’allestimento della mostra all’interno del Palazzo a Vela di Italia 61

Oltre alla monorotaia, lei ha partecipato alla progettazione della mostra “Moda, stile e costume” ospitata dal Palazzo a Vela. “Ci lavorai sei mesi, nel ’61. Il responsabile dell’allestimento era Pininfarina, che chiamò a collaborare Gabetti e Isola, entrambi professori all’Università. Ho lavorato con loro da gennaio a giugno, prima di entrare alla Pininfarina. Gabetti creava i concetti, Isola li metteva in bianco e nero, era il progettista esecutivo. Io aiutavo Isola a fare i modelli. Dentro il Palavela ricavarono un teatro. Sopra i posti a sedere c’era una vela composta da tanti pezzi di stoffa cuciti insieme. Io ho disegnato e realizzato il modello in scala di questa grande vela, tutti i pezzi uno per uno incollati insieme, poi li ho scollati e riportati su un reticolo dal quale ricavare le misure necessarie alla realizzazione finale. Per realizzare questa enorme vela hanno affittato l’aeroporto di Caselle, con non so quante donne chiamate per cucirne i pezzi. Una volta finita, la vela è stata montata nel Palazzo; attraverso i camminamenti ricavati sopra la volta interna molti operai, accanto a grandi pulegge, tirarono su il telo con lunghi tiranti. Una fatica enorme, ci sono voluti due giorni, fino all’una di notte. Sembrava di essere a Lilliput, una marea di persone tutte intente a costruire la tenda di Gulliver, piccoli uomini che tiravano su questa enorme e pesante impalcatura. Avevo progettato io tutto questo, ad appena 25 anni, e sentivo il peso della responsabilità. Fu un momento indimenticabile”.

Com’era la città allora? “Il clima era internazionale: i vari standisti e responsabili dei vari Paesi presenti all’Expo formavano un gruppo molto affiatato e pieno di giovani, c’erano feste tutte le sere: era, per noi, la “dolce vita” piemontese. Mi sono divertito molto”.

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La monorotaia in funzione

Come si lavorava allora a Torino, in pieno boom economico, nelle grandi aziende che progettavano automobili? “Negli Usa le grandi aziende avevano enormi studi di progettazione, pieni di persone al loro tecnigrafo. Qui eravamo in due, sovraccarichi di lavoro, c’era sempre da fare: era bello per questo”. Cosa ricorda di Pininfarina? “Quando andai a lavorare da lui, mi resi conto in due o tre mesi perché era così famoso: lui era un industriale, un venditore, non era un disegnatore; però aveva l’occhio per la proporzione, per l’eleganza…. non lasciava uscire la macchina se non era completa in tutti i sensi. Aveva un buon gusto tipicamente italiano, nel suo stile si vedeva la Grecia antica, Leonardo, tutta la storia dell’arte che noi in America studiavamo a scuola. Lo ammiravo molto”.

Quando la monorotaia è caduta in disgrazia cosa ha pensato? Come ha vissuto da progettista l’abbandono del treno? “Mah, in programma c’era il prolungamento fino a Moncalieri, poi la cosa non fu fatta e fu l’inizio del declino. Era un servizio troppo costoso la cui tecnologia rischiava di invecchiare velocemente. Secondo me dovevano togliere anche tutti i pilastri, ora sembra un cimitero…”.

L’impianto (su brevetto Alweg Corporation di Colonia) poggia su pilastri in cemento armato precompresso, che sono collocati a 20 metri l’uno dall’altro e sui quali è posata, a circa sei metri di altezza, un’unica grande rotaia, pure in cemento armato precompresso, alta un metro e quaranta: ogni campata è di 20 metri e pesa 40 tonnellate. L’automotrice, a tre elementi in lega di metallo leggero, è costruita in Germania dalla Linke Hofmann Busch su disegno della Fiat Materiale Ferroviario, con la collaborazione della carrozzeria Ghia. A differenza di tutte le altre attualmente in servizio, non è sospesa alla rotaia, bensì appoggiata a essa, con evidenti vantaggi per la panoramicità delle vetture. La portata della vettura è di 80 posti a sedere e 120 in piedi. La ferrovia è quindi in grado di trasportare 25mila passeggeri al giorno. Il tragitto fra le due estremità dell’Esposizione, della lunghezza di m. 1200, è percorso in circa un minuto e mezzo. Il biglietto di tipo unico costa 100 Lire.
(Tratto dalla “Guida ufficiale di Italia 61”)

Il maggior interesse, sia presso i visitatori sia presso i tecnici giunti da ogni parte del mondo, l’ha suscitato la monorotaia. Sono venuti esperti dal Giappone e dal Nord America a veder funzionare il rosso vagone che si dice destinato a rivoluzionare i sistemi di trasporto urbano. A metà del mese di ottobre i passeggeri trasportati dalla monorotaia erano già 1.368.868. Alla velocità di 60 chilometri all’ora il “treno aereo” ha compiuto circa 22mila viaggi per trasportare il pubblico dall’ingresso principale al Palazzo del Lavoro. La media dei viaggi è stata di dodici ogni ora con una frequenza di uno ogni cinque minuti. Complessivamente quindi la monorotaia ha coperto una distanza superiore ai 25mila chilometri.
(Tratto da “Notiziario Italia 61 n.12 ottobre 1961”)

Chi è Tom Tjaarda

Tom Tjaarda nasce nel 1934 a Detroit (Usa). Dopo la laurea si trasferisce a Torino e lavora per l’Expo’61 per conto di Ghia, poi entra in Pininfarina dove diventa uno dei migliori designer di automobili in attività.

Nella sua lunga carriera ha disegnato modelli mitici come la Ferrari 330 GT del ‘64, le Fiat 124 spider e coupé anni ‘60, la Pantera De Tomaso (1970), Ford Fiesta (‘72), Fiat Croma, Autobianchi Y10 e la Rayton Fissore, il suv più usato dalla Polizia italiana.

(articolo pubblicato il 17 maggio 2010 da “TorinoClick”, durante la preparazione delle celebrazioni del 2011 per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia)

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