Da Visegrad con rancore

Sono passati più di trent’anni da quel 15 febbraio del 1991, quando i leader di alcune nazioni che appartenevano al disciolto Patto di Varsavia si riunirono a Visegrad per siglare il patto della speranza. La speranza di un futuro democratico e di uno sviluppo economico ricco di opportunità; di una migliore vita per tutti, libera e serena. E di poter, un giorno, essere accolti in quella Comunità europea di nazioni di cui erano parte prima che le aggressioni nazista e sovietica le mettessero in ginocchio.

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“Allies come back!”

“Allies come back!”. Nella piazza della Borsa di Trieste famiglie e coppie di turisti che si tengono per mano passeggiano indifferenti, intenti nella nobile arte dello struscio. I tavolini dei bar sotto gli ombrelloni sono gremiti. Un branco di lupi di plastica color fucsia, opera del collettivo Cracking Art, monta la guardia alla fontana di Nettuno. Circondata da austere ed eleganti facciate di epoche lontane, la piazza emana un’aria di rilassatezza civile, di cosmopolitismo sedimentato nel tempo, e insieme si respira e occhieggia negli sguardi quella venatura di selvadigo radicata nelle asperità del Carso, o nelle frustate della bora che cala dall’est a sollevare paltò e cappelli prima di scompigliare con gattini e ochette bianche la quieta superficie del mare. L’aria di Trieste è fatta di refoli e correnti, ma anche di persone e di cose e di pensieri che in quell’aria si muovono e che quell’aria respirano.

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Sulpò

Il lungo fiume tra i ponti di corso Regina e di piazza Vittorio è simile alla banchina di un porto senza barche. Dal basso fondale emergono, a tratti su questo lato del fiume, lunghi isolotti di sabbia e pietre, colonizzati da ciuffi d’erba e da anatre intirizzite.

Meno due, dice il termometro. A quest’ora la brina resiste sui tetti, pochi gli abbonati alla corsetta del mattino.

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Andrea

Oggi ho salutato per l’ultima volta mio nipote Andrea. Non ci si vedeva quasi mai, ma ci accomunava la passione per il nostro lavoro, attività diverse con molti punti in comune. La materia prima erano sempre le parole, anche se con differenti declinazioni. Lui con le parole ci giocava e sapeva giocare bene: era un copy. Un artigiano abile costruttore di messaggi capaci di stupire e di incantare. Entrambi immersi nel nostro lavoro come “piselli nel loro bacello”, direbbero Laurel&Hardy, senza limiti di energia profuse, tempo impiegato, disponibilità. Ma lui, lui era davvero bravo. Un professionista marca Leone. Mi pare di ricordare che lo slogan del Salone del Libro di dieci anni fa, “La memoria, svelata”, con quell’albero girato all’insù che sventolava orgoglioso le sue radici al vento, fosse opera sua. Lo chiamai per fargli i complimenti. E sono suoi tanti altri “slogan” (si usa ancora questo termine?) apparsi sui giornali e nella tv che sono entrati nell’immaginario collettivo, magari trasformandosi in modi di dire d’uso comune, promossi a linguaggio quotidiano grazie alla loro efficacia, come spesso avviene. 

Andrea, le nostre vite sono state due treni in corsa che ogni tanto si sfioravano e a raccontarmi di te erano tuo padre, tua madre o le notizie che in famiglia ci si passava ad ogni telefonata, ad ogni raro incontro attorno a un caffè e a due pasticcini, a parlarsi di malanni e di figli: due modi diversi di parlare del futuro. Sporadici lampi nel silenzio, mai fuori dalla retorica familiare. E ora che sei diventato materia di cui sono fatte le stelle, penso che avrei voluto parlarti di più, conoscerti di più. Anche solo per parlare del tempo, dei malanni o dei bambini, o delle nostre reciproche passioni. E penso che anche tra le stelle, passando da una nebulosa all’altra, troverai il modo di giocare con le parole, magari inventando fantastici pay off per il turismo galattico. Una svolta, per gli standard di lassù. Buon viaggio, caro Andrea, che il tuo viaggio sia avvincente. Sarai materia per i nostri pensieri, per sempre.

Per Luis

E’ mancato un fratello più grande che si è preso cura di me per un pezzetto di vita, il tempo necessario per leggere i suoi libri. Una voce limpida e poetica, che trova la poesia nella vita e la racconta, l’esalta. Poi la vita mi ha offerto altre opportunità ma mi è restato un affetto sincero e il vivo piacere che si prova ad incontrarlo ancora, in rete, sui giornali. Pensavo fosse in via di guarigione, visto il tempo che è passato dall’annuncio della sua malattia. Più di un mese e mezzo ha lottato! Provo grande tristezza e tanta pena per lui. se nessuno potrà accompagnarlo per l’ultimo viaggio, i nostri pensieri cercheranno di carezzare il suo spirito impegnato nel cammino dell’eternità. Buon viaggio, Luis Sepulveda.