Sulpò

Il lungo fiume tra i ponti di corso Regina e di piazza Vittorio è simile alla banchina di un porto senza barche. Dal basso fondale emergono, a tratti su questo lato del fiume, lunghi isolotti di sabbia e pietre, colonizzati da ciuffi d’erba e da anatre intirizzite.

Meno due, dice il termometro. A quest’ora la brina resiste sui tetti, pochi gli abbonati alla corsetta del mattino. Solo i gabbiani e i corvi si avventurano nell’aria dura come il ghiaccio. Planano leggeri e veloci, con le ali distese e parallele al pelo d’acqua, sembrano determinati nella direzione, quando d’improvviso virano e s’impennano, per poi calare disegnando parabole e infine posarsi sul fiume con un grido stridulo. I germani dalla testa smeraldo, gli aironi cinerini e i cormorani tinta notte si tuffano e vanno a fondo a caccia di prede. Talvolta sembrano non tornare indietro, si attende per lunghi istanti che si riaffaccino all’aria, quasi trattenendo anche noi il fiato. Escono dall’acqua qualche metro più avanti, a volte in un punto non visibile per via dei cespugli e degli alberi nuovi che rispuntano nella piccola scarpata terrosa che costeggia le pietre cementate della riva, rimossi di recente dal Comune ma pronti a rispuntare al primo calo della portata e al forte sole che nelle giornate d’azzurro dà fiato e calore ai germogli e a tutto quel brulicare di vita che s’agita tra i fili d’erba e il fango. 

I platani di lungo Po Machiavelli spuntano qualche metro più in su, davanti a casa Gualino. Un silenzio marmoreo è screziato dal lontano rombo dei motori sui ponti, dallo scivolare zoppo sui binari del 13. Solo i versi degli uccelli, quando l’eccitazione suscitata da un donatore di briciole, che pare un seminatore di Fattori, agita sul limitare della sponda una lotta d’ali e becchi, con i gabbiani tra i più furenti e risoluti nella pesca al volo; solo i loro versi riescono a coprire l’eco lontano delle tante ambulanze dirette al Gradenigo o verso il quartiere degli ospedali, con il loro carico di persone, le cui storie, come fili di un telaio, imprimono tracce sonore sul pelo della corrente e liberano nell’aria il profumo dell’ansia.

Sotto la riva, nuotando come se camminassero su un inesitente pavimento sotto il pelo dell’acqua, passano le coppie di germani. A due a due, i maschi con il loro manto seduttivo e le femmine con le loro grigie vestagliette, passeggiano come innamorati alle prime schermaglie amorose. Le oche Dafne e Calipso avanzano lente un po’ più in là, davanti al viale Michelotti, incuranti degli sguardi incuriositi che piovono dal ponte sui loro mantelli bianchi.  

Il popolo delle garzaie del Meisino – non quello dei proletari gabbiani, o dei germani padri e madri intenti alla prole, bensì quello dei colli lunghi e delle traiettorie aggraziate, dalle pose imponenti sui contrafforti della diga dei Murazzi, le ali spiegate come quelle delle aquile degli stemmi nobiliari – vive con fare distaccato e fieramente inconsapevole delle nostre pene quotidiane. Le persone come me, che scelgono il fiume per raccogliere i pensieri e per trovare un po’ di luce, fissare il calcio nelle ossa se c’è il sole, muovere senza meta le gambe rattrappite dalla clausura per non farle seccare come carrube annerite, d’altronde, non lasciano trasparire moti d’angoscia. Camminiamo come se fosse un giorno come un altro, apparentemente senza preoccupazioni particolari; solo la mascherina ci ricorda che siamo in cerca di protezione da un nemico impalpabile, ma abbiamo fatto l’abitudine anche a questo.

Passiamo su questo improbabile molo ognuno imprigionato nella propria testa, prede dei pensieri, delle ossessioni, dei desideri, o in fuga da essi, in cerca di pace. Par di vederle, le nuvolette sul capo, come quelle dei fumetti, dai colori umorali che sfumano l’uno nell’altro fino a confondersi con l’azzurro che intanto sfonda il velo grigio delle nuvole portando via con esse i cattivi pensieri. E noi, in elastica attesa, pronti a sciogliere le vele da questo improvvisato porto della citta sottile, sottile come un fiume affacciato su un’umanità smarrita. 

Andrea

Oggi ho salutato per l’ultima volta mio nipote Andrea. Non ci si vedeva quasi mai, ma ci accomunava la passione per il nostro lavoro, attività diverse con molti punti in comune. La materia prima erano sempre le parole, anche se con differenti declinazioni. Lui con le parole ci giocava e sapeva giocare bene: era un copy. Un artigiano abile costruttore di messaggi capaci di stupire e di incantare. Entrambi immersi nel nostro lavoro come “piselli nel loro bacello”, direbbero Laurel&Hardy, senza limiti di energia profuse, tempo impiegato, disponibilità. Ma lui, lui era davvero bravo. Un professionista marca Leone. Mi pare di ricordare che lo slogan del Salone del Libro di dieci anni fa, “La memoria, svelata”, con quell’albero girato all’insù che sventolava orgoglioso le sue radici al vento, fosse opera sua. Lo chiamai per fargli i complimenti. E sono suoi tanti altri “slogan” (si usa ancora questo termine?) apparsi sui giornali e nella tv che sono entrati nell’immaginario collettivo, magari trasformandosi in modi di dire d’uso comune, promossi a linguaggio quotidiano grazie alla loro efficacia, come spesso avviene. 

Andrea, le nostre vite sono state due treni in corsa che ogni tanto si sfioravano e a raccontarmi di te erano tuo padre, tua madre o le notizie che in famiglia ci si passava ad ogni telefonata, ad ogni raro incontro attorno a un caffè e a due pasticcini, a parlarsi di malanni e di figli: due modi diversi di parlare del futuro. Sporadici lampi nel silenzio, mai fuori dalla retorica familiare. E ora che sei diventato materia di cui sono fatte le stelle, penso che avrei voluto parlarti di più, conoscerti di più. Anche solo per parlare del tempo, dei malanni o dei bambini, o delle nostre reciproche passioni. E penso che anche tra le stelle, passando da una nebulosa all’altra, troverai il modo di giocare con le parole, magari inventando fantastici pay off per il turismo galattico. Una svolta, per gli standard di lassù. Buon viaggio, caro Andrea, che il tuo viaggio sia avvincente. Sarai materia per i nostri pensieri, per sempre.

Per Luis

E’ mancato un fratello più grande che si è preso cura di me per un pezzetto di vita, il tempo necessario per leggere i suoi libri. Una voce limpida e poetica, che trova la poesia nella vita e la racconta, l’esalta. Poi la vita mi ha offerto altre opportunità ma mi è restato un affetto sincero e il vivo piacere che si prova ad incontrarlo ancora, in rete, sui giornali. Pensavo fosse in via di guarigione, visto il tempo che è passato dall’annuncio della sua malattia. Più di un mese e mezzo ha lottato! Provo grande tristezza e tanta pena per lui. se nessuno potrà accompagnarlo per l’ultimo viaggio, i nostri pensieri cercheranno di carezzare il suo spirito impegnato nel cammino dell’eternità. Buon viaggio, Luis Sepulveda.

Migranti di ieri (California dreaming)

“Le auto della gente che migrava si riversavano da strade secondarie sulla grande arteria che attraversava la nazione, e da lì prendevano la via migratoria dell’Ovest. Di giorno filavano verso ponente come cimici, e al tramonto si assiepavano come cimici intorno ai ripari e ai corsi d’acqua. E poiché tutti loro erano sperduti e confusi, poiché tutti loro venivano da un luogo di amarezza, affanno e sconfitta, e poiché tutti loro erano diretti verso un luogo nuovo e misterioso, si raccoglievano insieme; parlavano insieme; mettevano in comune le loro vite, il loro cibo, e le cose che speravano di trovare nella nuova terra”.

(…)

“E così cambiarono la propria vita sociale; la cambiarono come soltanto l’uomo sa fare in tutto l’universo. Non erano più contadini, erano emigranti. E i progetti, le attese, i lunghi silenzi contemplativi che un tempo avevano dedicato ai campi, adesso li dedicavano alle strade alle distanze, all’Ovest”.

(John Steinbeck, Furore. Bompiani, pag. 270)

Come la selvatica rosa. Per Ceronetti

Canticum Canticorum

Albume d’ombra rosa

Magnete liquido, cuore

Che dorme e batte altrove

Di assente Dio c’irrora.

L’acqua della tiepida vasca prendila

Nella tua sacra mano

Deponila sulle labbra da guidare tra i morti.

(Guido Ceronetti. Disegno di Giosetta Fioroni)

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La scomparsa di Ceronetti mi addolora. Anch’io ho masticato le sue poesie, le sue traduzioni di Kavafis così luminose e necessarie. Assistei alla sua forse ultima performance in Galleria Subalpina, un paio d’anni fa e fu di una tenerezza assoluta, una tenerezza che ricopriva un’altrettanto assoluta grandezza. Circondato da giovani attrici, offriva una raccolta di letture che accompagnavano gli ultimi anni della sua vita. Al termine cantò, nel brusio dei passanti amplificato dalle pareti e dalla volta del passage, “O Gorizia tu sei maledetta”, canto antimilitarista e di denuncia della forse più sanguinosa battaglia della Prima Guerra Mondiale, scritta negli stessi giorni dai soldati che andarono a morire. Ho ancora in mente e negli occhi quel momento, come icona della forza e insieme della fragilità della pace e della giustizia.

La miseria di ogni cosa

E’ nudità senza odore

Come la selvatica rosa

(Poesie per vivere e non vivere)

 

I teatrini di Orosei

“Meravigliosa Orosei, con i tuoi mandorli e il tuo fiume e i canneti, che palpiti, palpiti di luce e di vicinanza marina, così perduta, in un mondo da lungo tempo scomparso, indugiante come indugiano le leggende. È difficile crederla vera. Sembra che la vita l’abbia abbandonata da tempo, trasfigurata dalla memoria in puro incanto, remotamente perduta come una perla perduta sulla costa orientale della Sardegna”. (D.H. Lawrence, Mare e Sardegna, 1923).

Ci si avvicina a Orosei con lo sguardo rivolto al mare e alle superbe coste, alte scogliere che si aprono su spiagge e calette, come Cala Luna o Cala Goloritzè, simili a perle d’Oriente, bianche di sabbia e rosa d’oleandro. Oppure, alla maestosa presenza del Supramonte, con la gola Gorropu e Tiscali immerse in una natura selvaggia e sorprendente segnata dal bianco delle rocce e dal verde scuro dei lecci, screziata dal giallo di maestosi alberi di ginestre in fiore. Ma Orosei, piccolo centro a due chilometri dal mare, quali storie può raccontare? Devastata per secoli dalla malaria, bagnata dall’irrequieto fiume Cedrino che di stagione in stagione alternava il corso regolare alle inondazioni, oggi Orosei è una città tranquilla e accogliente, che vive di turismo quasi in clandestinità, con semplicità, senza gli strepiti e la forzata esuberanza di Cala Gonone, sua vicina di costa.

sdr

piazza Sas Animas

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